lunedì 20 marzo 2017

Al Forte Rione, che sta sopra il Monte Novegno (Prealpi vicentine)

Dove la Valdastico, lasciata la pianura, vira verso Nord e punta verso il Trentino c'è un articolato anfiteatro di monti ormai non più Colli Berici ma non ancora Alpi compiute, una corona di rilievi che sembrano messi lì a protezione di Schio e di Valdagno, quel pezzo di pianura compreso fra le Piccole Dolomiti, il Pasubio e l'altopiano di Asiago.
Monte Rione sul Novegno
Guardando a Nord, oltre l'altopiano di Asiago si distinguono nettamente le cime dei Lagorai, dal Fravort-Gronlait completato dalla cresta Hoabonti-Cola fino alla moltitudine di aguzze cime dei Lagorai centrali. Altrettanto chiare appaiono le Pale di San Martino, apparentemente a portata di mano. Più in primo piano, sul plateau di Asiago, spiccano il Monte Verena (da cui partì la prima cannonata della WW1) e Cima Portule. Ancora più a destra dal profilo dell'altopiano emerge quello delle Vette Feltrine.
Monte Rione sul Novegno
Verso oriente spiccano il nodo delle Melette, con il mitico Monte Fior raccontato da
Emilio Lussu e poi il Monte Valbella, altro monte carico di storia militare.
Sono territori squassati e sconquassati dalla WW1 (la Strafexpedition austroungarica si arenò a pochi km in linea d'aria da qui, quando gli austriaci potevano già indovinare nella foschia il comando italiano di Vicenza) ma anche interessati dalla resistenza antifascista e antinazista  della WW2. Tra i colli pedemontani e gli
Monte Rione sul Novegno
Verso occidente. Dalla tettoia con panche per pc-nic annessa all'ex-forte si vedono
le lunghe e accidentate Piccole Dolomiti, che nascondono la pianura veneta e che
da qui sembrano saldate al massiccio del Pasubio (mentre invece ne sono separate
dall'intaglio del Pian delle Fugazze).
Vedi le altre foto in Google Photo.
altipiani il movimento resistenziale fu più diffuso che non nell'adiacente Trentino).
L'iniziazione resistenziale, col suo corredo di gesta goffe e antieroiche, dei Piccoli Maestri di Luigi Meneghello avvenne proprio da queste parti. Sull'Ortigara, sul Zebio, ai Castelloni di San Marco, mentre le azioni picaresche si svolsero tra i centri abitati della pianura e le prime coste dell'altipiano, e culminarono con
GPS Monte Rione
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l'ingresso in Vicenza del giovane comandante partigiano ospitato su un carro dell'Ottava Armata britannica, un tipetto che sussurrò all'orecchio del capitano inglese "What I am? I am a fucking bandit" (e a me piace pensare che sia vero).

Quote e dislivelli (dati del GPS):
Quota di partenza/arrivo: m 1.122 (parcheggio al tornante)
Quota massima raggiunta: m 1.654
Dislivello assoluto: m 528

martedì 14 marzo 2017

Groste de polenta

Con l'autunno arrivava la stagione dei piatti sostanziosi, quelli che annunciano l'imminente inverno. Polenta e coniglio erano un lusso domenicale, e non per tutti (ma per fortuna la polenta schiudeva anche altre possibilità).
polenta, crauti, luganega, fasoi en bronzon, formai
Il paiolo della polenta introduceva all'hard-core della cucina della nonna,
che era fatta di piatti sostanziosi: i fasoi en bronzòn, il carrè di maiale,
le luganeghe coi crauti, tra gli altri. Ma era la polenta a comparire più
spesso in tavola, fatta in cento modi diversi: polenta e latte, con le patate
saltade, coi ovi e patate, col formai de malga, eccetera. 
Le famiglie col cacciatore in casa avevano una possibilità in più perchè la lepre o il capriolo potevano arrivare fin sui deschi più umili.
Era un bel vantaggio che gli ultimi delle terre alte avevano sugli ultimi di città.
Per i bambini seguiva, a margine, la festa delle groste de polenta, ore fatte di cibo e divertimento, come ci ricordano i versi del rivàno Cornelio Galas.

"Ah, la scominziéva prima de mezdì la festa. 
Perchè i tòchi de cunèl i era en padèla zà dopo colaziom. E drio mam (no gh’era quela pronta, zac e tac de ades) se tacheva sora la fornèla (Cornelio, va zò a tòrme do stéle) el paròl de la polenta.
De colp, en tuta la cà te sentivi sti dó profumi.
Quel del cunèl che 'l rosoléva col so spìch, la salvia e bàche de zinèver.
Quel de la farina Zalda, da misciar (svelto che se no se fà i petolòti).
Te magnévi col nàs prima che cola bóca.
Finì la carne: via col pòcio e se vanzéva polenta ma finìva el rèst. Gh’era semper el formai gratà da méterghe sora come fussa zucher a velo.
Ma la storia no la finiva lì.
El parol el finiva sul pontesèl se spetéva che se sechés tut. 

E pò via, de nare, svèlti demò la gara coi cortèi a ciapar quele groste salàe che le te féva nar for da mat come adès le patatine." (testo di Cornelio Galas, tratto da Facebook)

venerdì 10 marzo 2017

Le damigiane di Venezia

Sbarcare a Santa Lucia dal primo treno della mattina è molto raccomandabile perchè così si ha a disposizione l'intera giornata per bighellonare con comodo tra i sestieri e anche per spingersi fino ai limiti pedonabili della città.
damigiane vinaio venezia
Annidate in piccole calli secondarie, le vinerie veneziane sono fugaci apparizioni
mimetiche che sfuggono al turista frettoloso (e probabilmente indifferente).
Senza l'assillo dell'orologio è facile bypassare i compatti e continui flussi del turismo massificato. E fuori stagione l'operazione riesce ancora più facile.
E' soprattutto la mattina che la città (la quale nonostante tutto è ancora abitata dai veneziani) mostra i suoi ritmi quotidiani più prosaici e più autentici, dalla raccolta delle immondizie, alla spesa al mercato delle Erberie, all'esibizione della biancheria stesa alle finestre delle case popolari di Castello, o ancora al rito della spesa nelle mini-Coop,
damigiane vinaio venezia
Il vinaio che esercita al 1614 di Dorsoduro (a sinistra) così come quello che eser-
cita al Rio Terà Barba Frutariol 4657 (a destra) hanno uno stile molto simile. Solo
l'appassionato autentico può apprezzare il post giallo del "Glera Spento" (che sa-
rebbe il Prosecco tranquillo, cioè senza bolle) messo in vetrina in Dorsoduro.
incredibili budelli che sembrano ricavati nel sottoponte di qualche bagnarola da carico.
E c'è poi il rito del cicheto di tarda mattina, che introduce al rapporto antico dei veneziani col vino, cioè con la terraferma.
E, sorpresa, il vinaio di Venezia usa ancora le damigiane di vetro, da dove il vino sfuso si preleva con la "ladra", il tubo di gomma nato per annaffiare l'orto ma usato come sifone.
Col loro aspetto dimesso, queste botteghe non sono certo posti da sommelier duri, puri e stellati...

lunedì 6 marzo 2017

Alla Forsthütte da Gfrill/Cauria (Salorno)

La bonaria, boscosa e tondeggiante Madrutta (Madrutberg in tedesco) è spaccata in verticale dalla parete rocciosa  che precipita su Laghetti di Egna.
Madrutta Madrud
L'escursione si svolge per lo più nei boschi, su strada forestale all'andata, su sentiero e forestale durante il ritorno ad anello. Ma volendo può limitarsi alla prima metà, dal parcheggio auto alla Forsthütte (baita forestale) che guarda sulla vallata. 

Madrutta Madrud
Le ampie falde della capanna forestale riparano tavolo e panche dalle intemperie.
La Madrutta è in sè una cimetta insignificante ed anzi difficile da localizzare con precisione, visto che è interamente coperta da boschi che ostacolano la vista, ma offre quattro punti panoramici niente male.
Uno è rivolto verso il piccolo nucleo abitato di Gfrill/Cauria e gli altri due si aprono sulla Bassa Atesina e sulla stretta di Salorno.
Madrutta Madrud
La valle dell'Adige verso Trento dallo spiazzo panoramico di quota 1.170.
Vedi le altre foto in Google Photo.
Uno di questi quattro belvedere coincide con la capanna forestale "Madrud Forsthütte", quasi a sbalzo sul salto di roccia sopra la piatta valle dell'Adige: un salto di comodi 1.100 metri.
La discesa dalla capanna forestale fino alla ex-teleferica è ripida e richiede attenzione:viene chiamata "Sentiero del Diavolo".
Alla fine della giornata i molti su e giù fanno schizzare in alto il dislivello accumulato, che viaggia sui 6-700 metri, anche se non si direbbe...
GPS Madrutta Madrud
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Chi ha una vocazione più turistica può però limitarsi al più breve, comodo e veloce andata e ritorno su forestale dal parcheggio alla capanna forestale, con pic-nic e vista sulla valle.

Quote e dislivelli (dati del GPS):
Quota di partenza/arrivo: m 1.273 (parcheggio)
Quota massima raggiunta: m 1.498
Dislivello assoluto: m 225
Dislivello cumulativo in salita: m 1.247 (la misurazione  è sicuramente molto sovrastimata dallo strumento)
Dislivello cumulativo in discesa: m 1.243

mercoledì 1 marzo 2017

La funicolare del Guncina che portava all'Hotel Reichrieglerhof (sopra Bolzano)

La funicolare del Guncina (in tedesco Guntschnabahn) era un impianto che dal 1912 al 1963 ha unito la cittadina di Gries (attualmente un quartiere di Bolzano) con l'albergo Reichrieglerhof (Castel Guncina). E' stata rottamata dall'ideologia del cemento e della gomma.
funicolare del Guncina
La stazione a valle era vicina alla fermata della tranvia urbana di cui
all'epoca Bolzano era dotata ed è stata ingoiata dallo sviluppo edili-
zio di Via Defregger. Oggi la stazione a valle è stata sostituita dalla
piscina di un banale condominio urbano.
La funicolare, voluta e finanziata da Elisa Überbacher-Minatti, venne inaugurata il 12 ago-agosto 1912,
La breve linea superava un dislivello di 186 metri e aveva una pendenza massima del 67%. Per il dimensionamento non si badò a spese, in ognuna delle due direzioni l'impianto poteva trasportare fino a 300 persone l'ora ed era mosso da un motore elettrico.
l treno faceva esercizio tutto l'anno dalle 19:00 fino alle 21.30 ad intervalli di 15 o 30 minuti. Il viaggio durava solo quattro minuti.
L'impianto fu chiuso il 31 marzo 1963: attualmente solo una parte del percorso è ancora visibile dalla passeggiata del Guncina.
Il Reichrieglerhof (in italiano Castel Guncina) era un hotel molto elegante.
Fu inaugurato il 24 dicembre 1910 in pompa magna, era il gioiello della località termale di Gries, allora frequentata dalle celebrità e dalla nobiltà di Germania, Austria, Russia e Ungheria e attirava molti "Prominenten" di Bolzano.
Vi si tenevano serate danzanti ed eventi di gala ancheperchè l'hotel offriva una straordinaria veduta sulla città.
reichrieglerhof guncina
La funicolare serviva il Il Reichrieglerhof (in italiano Castel Guncina) che era un
bellissimo hotel affacciato sulla conca bolzanina. E' stato distrutto dagli attuali
proprietari che l'hanno inserito in una colata di cemento chiamata "Residence
Castel Guncina - Reichrieglerhof". Chi percorre la passeggiata del Guncina
può prendere atto dello scempio con brevissima digressione (5 minuti).
Il Reichrieglerhof era anche il punto di arrivo della Guntschnapromenade, oggi anch'essa interrotta e svillaneggiata dall'asfalto e dal cemento in più punti.
Negli anni del secondo dopoguerra la Südtiroler Volkspartei di Magnago ha tenuto qui diversi dei suoi incontri politici annuali.
Prima della sua chiusura nel 1996, l'hotel ha cambiato di mano diverse volte.
Nel 1998 l'antico albergo è stato quasi completamente demolito, ricostruito e ampliato come Mansion House (una pura e semplice operazione speculativa di basso livello: vedere per credere).
Il 15 febbraio 1997 nella struttura, che apparteneva della sua famiglia, l'esponente dei Freiheitlichen (un partito filo-nazista locale) Christian Waldner fu assassinato.
Ad ammazzarlo era stato Peter Paul Rainer (ideologo degli Schützen ed ex fidanzato di Waldner) che venne condannato a diversi anni di galera. Ma di questo vizietto si sapeva fin dai tempi delle S.A. di Ernst Röhm e delle S.S. di Hitler...
reichrieglerhof guncina
Lo sfascio del 1998 è solo in parte intuibile dall'immagine a sinistra, che non mostra il retro. Il giovane ideologo dei cattolicissimi "cappelli piumati" sudtirolesi Paul Reiner (in alto) se la faceva con l'irreprensibile consigliere provinciale Christian Waldner, un uomo - come si dice - tutto di un pezzo. Per una imbarazzante questione di gelosia gay gli sparò con un fucile. Il fattaccio coincide, con una simbolica casualità, col definitivo oblio del vecchio e glorioso  Reichrieglerhof .



sabato 25 febbraio 2017

"Le Dolomiti del Terzo Reich" di Lorenzo Baratter (Mursia, Milano, 2005)

Lo storico con le stelle alpine scrive un resoconto sul Trentino-Alto Adige negli anni dell'Alpenvorland che presenta le SS del Polizeire-giment "Bozen" come dei bravi ragazzi. Ma sorvola sulla loro parteci-pazione alle stragi nazifasciste in Istria e cita appena quelle della Valle del Biois, nel bellunese.
"Le Dolomiti del Terzo Reich" di Lorenzo Baratter
Lipa, la Marzabotto istriana che Baratter tace. 263 persone bruciate vive nelle loro
case. In Istria se li ricordano bene quei "bravi ragazzi" delle SS imbeccate dai fasci-
italiani e aiutate dai Cetnici serbi: alle vittime del 30 aprile 1944 hanno dedicato un
monumento e un museo.
Siede in Consiglio Provinciale come rappresentante del PAT e gode fa-ma di storico puntiglioso e obiettivo.
Ed ha anche firmato la prefazione al meritevole libro sulla Resistenza trentina "Uomini e fatti del Gherlen-da", ma questo non significa nulla.
E infatti: ho letto il suo "Le Dolomiti del Terzo Reich" dove fa l'apologo dei bravi ragazzi del Polizeiregiment "Bozen", quel reparto antipartigiano reclutato nel Sudtirolo collabora-zionista  del '43-45.
"Le Dolomiti del Terzo Reich" di Lorenzo Baratter
Soldati del I° Battaglione del "Bozen" si allontanano dal villaggio di Gornji Turki (un
paese istriano nei pressi  di Kastav/Castua) dopo averlo incendiato (5 aprile 1944).
Ma che vergogna: non una sola riga sulla loro maggiore prodezza, la Marzabotto istriana, dove i bravi ra-gazzi parteciparono al "lavoro spor-co", come del resto sempre facevano nel corso delle altre stragi cui il "Bozen" partecipò in Istria.
Una partecipazione nota agli storici e addirittura riportata da Wikipedia alla voce Polizeiregiment Bozen.
Qui come altrove l'autore tace, non dice, glissa, minimizza, sorvola.
"Le Dolomiti del Terzo Reich" di Lorenzo Baratter
Marzo '44: il "Bozen" impegnato a rastrellare i fucilandi delle Fosse Ardeatine a
Roma. Il giorno prima il "Bozen" aveva subito l'attentato di Via Rasella, la discus-
sa azione dai partigiani dei gruppi di azione patriottica (GAP) di Roma.
Ma non basta: quasi sorvola sulla partecipazione del "Bozen" alla strage della Valle del Biois, nel bel-lunese (20/21 agosto 1944: 44 civili e 245 abitazioni distrutte).
Forse perchè a quest'ultima strage parteciparono anche i "bravi ragaz-zi" del CST trentino?
Il resoconto di Barater sull'Alvorland è sì ampio, ma non è completo, specie se si tiene conto che alla sua uscita il libro fu accolto con curiosità proprio perchè presentava i membri del "Bozen" sotto una luce "diversa", sostanzialmente as-solutoria.
Chi davvero vuol penetrare la natu-ra del complesso rapporto dei sud-tirolesi col nazismo farebbe meglio a leggere "Tempesta" di Lilli Gruber: la giornalista spiega più e meglio dello storico. E soprattutto non indulge a reticenze assolutorie, non si nasconde dietro a un dito.

mercoledì 22 febbraio 2017

L'aerea Cresta Hoabonti-Cola (Lagorai)

In linea d'aria le due cime distano appena un chilometro. Sono col-legate da una cresta area ma pianeggiante servita da due sentieri. Uno si appoggia al versante Nord (verso i Lagorai interni) e l'altro si affac-cia a meridione (con vista sulla Valsugana e l'altopiano di Asiago).
Hoabonti Monte Cola
Di qua e di là della cresta: andata a Nord e ritorno a Sud, ma sempre in cresta, salendo dalla Trenca. Dal monte Hoabonti si apprezza al meglio l'intera cresta sommitale, che sembra arginare la vasta prateria concava rivolta verso la Valsugana. Appena qualche anno fa a gennaio, mese invernale, il paesaggio era questo, ma comunque... 
Hoabonti Monte Cola
Dalla cima dello Hoabonti: a sinistra il Gronlait, poi il Brenta (dietro l'intaglio della Por-
tella) e il Dosso di Costalta con dietro la catena di Vigo.
Consultando la cartina si stenta ad immaginarlo, ma questa è (parere personale) una delle più panorami-che e facili camminate in quota dei Lagorai meridionali.
La stagione è siccitosa e i sentieri e le tracce, che normalmente sareb-bero nascosti dalla neve, sono inve-ce ben evidenti e facili da seguire.
Se ci si lascia indirizzare da loro il percorso diventa un inusuale "anel-lo di cresta" che si snoda sempre in alto ma su entrambi i versanti: si sa-le tagliando il versante Nord del Co-la, si raggiunge in cresta lo Hoa-bonti e si torna indietro passando
GPS Hoabonti Monte Cola
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
dalla cima del Cola e dal Col del Chelder, sempre esposti in cresta. Lo scenario, però, si sdoppia e rad-doppia perchè la cresta separa l'infinita teoria di cime selvagge dei Lagorai dal fondo piatto e fin troppo antropizzato del Canale di Brenta e della Valsugana.
Salendo da Trenca allo Hoabonti dal versante esposto a settentrione, si potrà riservare al ritorno la sgroppata con vista sulla Valsugana. Ma si può anche fare