lunedì 22 maggio 2017

Sul Monte Mulat da Bellamonte (Catena di Bocche)

Bel giro sul terreno aperto delle praterie alte, passando da due bivacchi e con puntata al punto panoramico del Monte Mulat.
Monte Mulat
Dalla cima del Mulat la vista a settentrione è impressionante: Latema, Catinaccio, Sassolungo e Pale di San Martino sono a portata di mano. L'escursione tocca due baiti "bivaccabili": il Bait dei Agnei e il Bait dele Vacche.
Latemar
Zoom sul gruppo del Latemar: all'estrema destra si distingue
lo scacchetto rosso del Bivacco Rigatti.
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GPS Monte Mulat
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
La Catena di Bocche inizia a Passo San Pellegrino e termina sopra Predazzo. La sua ultima cima sul lato fiammazzo è il Monte Mulat, che sebbene insignificante come meta alpinistica è tuttavia un punto molto panoramico, tanto da meritare una visita.
Ci aiutiamo portandoci in quota per una stradella sterrata sopra Bellamonte, cosa che ci permette di lasciar l'auto (un 4x4) a 1.650 metri di quota.
L'uscita non è difficile, poco più di una lunga passeggiata in quota, ma bisogna porre attenzione al traverso che dai prati alti del Monte Viezzena porta, tagliando il bosco in assenza di sentiero segnato, fino al rustico Bait dei Agnèi. Qui serve senso dell'orientamento e, avendocela, una traccia caricata sul GPS, altrimenti le cose possono complicarsi.

Quote e dislivelli (dati del GPS):
Quota di partenza/arrivo: m 1.650
Quota massima raggiunta: m 2.137
Dislivello assoluto: m 487
Dislivello cumulativo in salita: m 840
Dislivello cumulativo in discesa: m 840
Lunghezza con altitudini: km 10,6

sabato 13 maggio 2017

Politika: i cervelli con le mazzoccole e le mani infeconde (una ricorrenza)

Perfino dopo il referendum pro-divorzio del 12 maggio '74 (quello che asfaltò la Democrazia Cristiana della guerra fredda) a Trento il tempo continuava a scorrere lento, lentissimo, una melassa clericale che controllava tutto: le cooperative, le casse rurali, le parrocchie, i pompieri, i sindaci... e molto spesso anche le sezioni territoriali della SAT.
Giorgio Grigolli mani infeconde
Dalle "mani infeconde" di Grigolli al divieto di parola per
Margherita Hack, l'imbarazzante zavorra civile che ci sia-
mo trascinati dietro fino alle ultime elezioni politiche (del
2013). Senza dimenticarci dell'uranio in Val Rendena...
Era il 1974. Nel famoso referendum il "no al divorzio" raccolse nei comuni della Val di Non percentuali bulgare, addirittura oltre il 90% era contro il divorzio.
E in loco continuava a dettare legge un presidente della Giunta Provinciale che si chiamava Giorgio Grigolli, uno yesman che ogni mattina prendeva via telefono gli ordini romani di Flaminio Piccoli.
Esaltato dai risultati, questo presunto interprete delle genti trentine (forse don Guetti si rivoltava nella tomba...) si lasciò andare ad uno schizzo di livore localista veramente indecente, un'invettiva contro le "mani infeconde" degli insegnanti non-trentini, visti come corruttori delle virginali menti degli innocenti virgulti trentini.
Per lui era uno scandalo che il sacrestano del paese non potesse insegnare matematica al liceo. Per lui i nostri figli andavano affidati agli ignoranti del posto, che più erano clericali meglio era: la chiusura mentale, innanzitutto.
Questa mala quaestio ha avvelenato il Trentino per anni e ha finito col promuovere dei poveretti al ruolo di dirigenti politici "con le mazzoccole" (tanto che a questi pensatori in braghetta di cuoio è stato affidato addirittura l'assessorato alla cultura, e che non sembri una battuta, perchè invece è veramente  accaduto).

sabato 6 maggio 2017

Novità sul Pizzo di Levico (o Cima Vezzena)

Con la mania di "mettere in sicurezza" si sta mandando a pallino l'idea stessa dell'andar per monti: e allora a quando la recinzione con rete anticitrulli delle Bocchette Centrali nel Brenta?
Pizzo di Levico Cima Vezzena
Sporgendosi oltre le reti di recinzione si può ancora godere del formidabile panorama circolare garantito sia d'estate che quando c'è neve. Nella foto uno scorcio verso la Valsugana, con al centro la boscosa e articolata dorsale dell'Armentera con la lontana Cima Armentera, che le dà il nome. Sulla destra,invece, la Cima Manderiolo, praticamente un clone del Piz di Levico/Cima Vezzena.
Il nuovo belvedere panoramico a sbalzo sulla Valsugana. Discutibile, ma accettabile.
Certi piccoli sindaci di paese che si mimetizzano dietro l'anonimato di liste civiche "nè di destra nè di sinistra" hanno una vocazione maneggiona da piccoli affaristi paesani.
Pizzo di Levico Cima Vezzena
Tre scatti a caso sul delirio "sicurezza", una foglia di fico invocata dagli amministra-
tori locali per distribuire piccoli lavori a piccole ditte di piccoli affaristi locali.
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Impersonano il "partito dei sindaci" così agognato da Luciano Grisenti, il potente assessore che voleva cementificare tutto e che per questo si guadagnò in regalo dall'allora governatore Lorenzo Dellai una simbolica betoniera della Politoys.
Questi pericolosi ometti sono l'eredità diretta di quei nefasti anni. Si sono evoluti e ora parlano il linguaggio del politicamente corretto: mettere in sicurezza, valorizzare, mettere in rete, sinergie territoriali, fare rete... ma quando si muovono in montagna fanno danni.
GPS Pizzo di Levico Cima Vezzena
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
La classica salita al forte scavato nella roccia del Piz di Levico da oggi in poi è destinata a impigliarsi nelle grottesche recinzioni metalliche che ne ingabbiano la sommità. Se l'affarismo travestito da delirio-sicurezza si spinge fino a mettere a rischio l'integrità delle vette alpine, allora in questi pubblici amministratori c'è davvero qualcosa di patologico...

Quota di partenza/arrivo: m 1.419 (parcheggio)
Quota massima raggiunta: m 1.908
Dislivello assoluto: m 489
Dislivello cumulativo in salita: m 539
Dislivello cumulativo in discesa: m 539

lunedì 1 maggio 2017

A spasso nella "Venezia sconta"

Qualcuno potrebbe chiamarlo trekking urbano anche se sono solo lunghe passeggiate da fare in giornata, con la sola accortezza di mantenersi lontani dalle più affollate attrazioni turistiche (ma il campanile di San Marco fa eccezione, quando il cielo è sereno).
skyline venezia
Sopra: dal campanile di Piazza San Marco, in una giornata di cielo sereno.
A metà pomeriggio il Gps ha già archiviato venticinque chilometri di camminata più  piatta di un Waal, sono chilometri leggeri come piume, e non solo perchè lo zaino è rimasto a casa.
venezia decadente
Lusso e accattonaggio si sfiorano in questa città decadente.
Sporgendosi oltre l'inesauribile fiumana di turisti giapponesi e cinesi, ci si accorge che Venezia non è solo turismo e carnevale: a Castello, per esempio, ci si può imbattere nella sezione ANPI, gomito a gomito col barcone che rifornisce di verdura gli abitanti del quartiere: una piccola "erbaria" galleggiante che fa il pari col barcone del "Ponte dei Pugni" di Dorsoduro.
Non mancano le occasione per qualche scatto fuori ordinanza: cartoline non convenzionali che fissano risvolti veneziani impossibili da trovare sulle guide, Loney Planet compresa.
venezia quotidiana
La Serenissima che cerca di rendersi presentabile (e che ci riesce, nonostante tutto).
Ecco allora la consegna delle merci che avviene via acqua, l'industria di Marghera che incombe sulla laguna, le verdure vendute direttamente dai barconi, i gabinetti a pagamento, l'accattonaggio diffuso e accettato, la laboriosa raccolta delle immondizie, anch'essa via acqua, i vinai che vendono vino sfuso succhiandolo dalle damigiane di vetro, eccetera. Quadretti urbani, aspetti minori della vita quotidiana di questa città che galleggia sull'acqua.
Succede di trovarseli davanti così, del tutto inaspettati, scoperti quasi per caso negli anfratti della città, nei sestrieri di Dorsoduro, di Castello e di Cannaregio ma anche fra le calli secondarie del centro storico, dove basta scartare di cinque metri per ritrovarsi in perfetta solitudine.
erbarie a venezia
La città dipende dall'entroterra lagunare per il rifornimento quotidiano delle verdure, che si vendono nel mercato centrale, quello a ridosso del ponte di Rialto e che si affaccia direttamente sul Canal Grande. Ci sono poi i banchetti piazzati nei campi e nelle calli dei sestieri più popolari, come Dorsoduro o Castello, dove sono ancora ospitati su barconi ancorati alle rive, a portata di bacaro e cicheto e vicino ai rivenditori di vino in damigiana.

domenica 23 aprile 2017

Fatti di Resistenza nei Lagorai

Il nuovo libro sulla Resistenza trentina debutta in libreria per il 25 aprile.
la ballata del Gherlenda
22 aprile 2017: durante la presentazione alla libreria "Al Ponte" di Borgo Valsugana, in
occasione del recitativo musicale "La ballata del Gherlenda". (Testi e musiche di Ser-
gio Balestra e Gianfranco Tomio, voce di Morena Roat).
Puntuale come un orologio e documentato come nessun altro, Giuseppe Sittoni consegna alle stampe il suo più recente lavoro sul movimento resistenziale trentino.
Dopo "Uomini e fatti del Gherlenda" e "Sudditi fedeli e contro" esce ora "Fatti di Resistenza", miscellanea di testimonianze, diari partigiani e approfondimenti sulle vicende
della Resistenza nei Lagorai.
A far da collante e filo conduttore è ancora una volta il "Battaglione Gherlenda" che operò tra la Valsugana e la Val di Fiemme in quella che era, e è ancora, la più vasta area wilderness del Trentino.
In anni di certosino lavoro di indagine e di scavo storiografico, l'autore ha messo insieme un'invidiabile mole di informazioni sui fatti storici e sulle microstorie anche personali dei protagonisti d'allora.
I suoi lavori hanno perforato la cortina di nebbie e reticenze che l'ininterrotto cinquantennio democristiano aveva calato sulla Resistenza in Valsugana. 
Giuseppe Sittoni, "Fatti di resistenza -Battaglione Gherlenda e altre storie", PubliStampa Edizioni, Pergine Valsugana, 2017, pp. 222

venerdì 21 aprile 2017

Sul Monte Mezza, ostica cimetta delle quote basse in Valsugana.

Il confine fra la Valsugana e il Tesino appare semplice solo se visto sulla carta. Sul posto è nascosto da una vegetazione illusionista che occulta, tra le altre, anche questa affilatissima cresta rocciosa verticale e repulsiva, che separa due mondi.
Monte Mezza
L'altopiano di Asiago nel settore dell'Ortigara e il basso cornetto dell'Armentera dalla cima del Monte Mezza.
Monte Mezza
Il nodo di Cima d'Asta-Cimon Rava come appare dal Monte Mezza.
Vedi le altre foto in Google Photo.
Arrivando da Cinte Tesino, con i suoi boschi bonaccioni, si rimane stupiti quando improvvisamente si incappa in uno strappo ripido e intricato, duecento metri di bosco fitto e di contorti arbusti alpini che fino all'ultimo nascondono alla vista un'affilata e precipite cresta calcarea.
GPS Monte Mezza
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
Di là ci sono 1400 di strapiombo roccioso, un salto che finirebbe nei piatti campi attorno alla Barricata, fra Ospedaletto e Grigno.
Di fronte l'Ortigara e le altre cime tormentate dalle battaglie della WW1, alle spalle i Lagorai con il nodo di Cima d'Asta che si staglia in primo piano.

Quote e dislivelli (dati del GPS):
Quota di partenza/arrivo: m 1.196 (parcheggio)
Quota massima raggiunta: m 1.622
Dislivello assoluto: m 426
Dislivello cumulativo in salita: m 440
Dislivello cumulativo in discesa: m 440
Lunghezza con altitudini: km 8,5

martedì 18 aprile 2017

Le radici del tarassaco

Il Dente di Leone è commestibile dai fiori alla radice nei prati è la prima a segnalare l'arrivo della primavera, indipendentemente dal suo nome locale: che sia Dente di Cane o Tarassaco o Dente di Leone, poco conta.
Amarognole e pungenti, le radici del tarassaco vengono spesso trascurate e sono
una specie di "effetto collaterale" della deliziosa insalata primaverile di campo.
Quando si sveglia vuol dire che la primavera è finalmente arrivata.
Il suo giallo squillante spicca nel mare anonimo delle erbe prataiole ancora mezze addormentate.
Girando nel prato col coltello la si coglie recidendola alla base e perciò trascurando la radice, che è invece anch'essa commestibile ed anzi da non trascurare, sebbene poco conosciuta.
Una volta estratte dal terreno assieme alle foglie da insalata, le radici vanno pulite, lessate e condite con olio di oliva, le radici del tarassaco si offrono originali e appetitose, almeno per chi ama le tonalità amarognole. Basta un poco di olio.